• Balletto Civile | Il sacro della primavera
  • da Le Sacre Du Printemps di Igor Stravinskij


  • danzato e creato con Andrea Capaldi, Ambra Chiarello, Andrea Coppone, Massimiliano Frascà, Francesco Gabrielli, Sara Ippolito, Francesca Lombardo, Carlo Massari, Gianluca Pezzino, Livia Porzio, Emanuela Serra, Giulia Spattini, Chiara Taviani, Teresa Timpano
    ideazione e coreografia Michela Lucenti
    incursioni sonore Maurizio Camilli
    produzione Balletto Civile / Fondazione Teatro Due

  • nell’ambito di Petrolio
    17 novembre/22 dicembre 2012
    Angelo Mai Altrove Occupato

    Il sacro della primavera di Balletto Civile per Petrolio
    “Un modo nuovo di vedere in chiave realistica la crudezza del mondo attraverso gli occhi dei giovani  ma anche una spiegazione filosofica dei rapporti tra i padri e i figli”.
    PPP da Uccellacci e uccellini
    “Tutto ciò che non si può significar per parole non è che pura e semplice forza, ma quanta innocenza nel non saper questo, quanto bisogna esser giovani per crederlo?”
    PPP
    Noi figli della terra dell’acqua della luce non possiamo non sbocciare perché non è il momento giusto.
    Quando e qual è il momento giusto?
    Ecco l’orgiastica rinascita di una generazione.
    La liberazione del seme della speranza.
    Lasciamo definitivamente i padri come si lascia l’inverno.
    Smettiamo di essere figli.

     

    Siamo stati una generazione in fuga e poi mentre correvamo ci siamo detti: “Adesso anche basta”.

    Un balletto per eccellenza e un fiasco per eccellenza.
    Tutti sanno che alla sua prima rappresentazione la Sagra della Primavera è stata un insuccesso.
    Perché è un’opera d’avanguardia, giovane, nata per distruggere le tradizioni.
    Si dice che la musica moderna sia nata con essa.
    Alla sua prima rappresentazione a Parigi nel 1913 ha provocato una rissa.
    Il pubblico non si è limitato agli insulti verbali, non si è limitato alla parola.
    Ha “agito” attraverso un vero e proprio attacco fisico.
    La Sagra è fisica.
    Stravinskij dichiarò che ebbe una visione prima di scrivere quest’opera.
    Essa consisteva in un rituale in cui un cerchio di anziani saggi assisteva alla danza di una vergine che doveva danzare fino a morire.
    Una meravigliosa metafora del nostro tempo.
    Una meravigliosa metafora di questa generazione che attende obbligata allo stallo, osservata, spiata, pesata, vergine perché impossibilitata a fare da sola.
    A godere.
    È
    già stato fatto tutto ed è stato fatto bene, meglio.
    Non possiamo più nasconderci dietro grandi trovate o grandi invenzioni.
    Non ci crede nessuno e nemmeno noi.
    Ora l’urgenza è più grande, come quando un pensiero tra tanti ti si incastra, si ferma nel cervello come un morso.
    La nostra generazione non può più attendere, i cicli naturali si invertono, i vecchi ci osservano e noi invecchiamo senza sbocciare in uno stallo esistenziale che ci chiede sempre di attendere pazienti e comprensivi facendoci credere che sia naturale.
    Non è naturale.
    Noi figli della terra dell’acqua della luce non possiamo non sbocciare perché non è il momento giusto.
    Quando e qual è il momento giusto?
    Ecco l’orgiastica rinascita di una generazione.
    La liberazione del seme della speranza.
    Lasciamo definitivamente i padri come si lascia l’inverno.
    Smettiamo di essere figli.
    E allora che sia, che il rito propiziatorio avvenga con il nostro sudore che ha nutrito la pazienza, ora vogliamo bonificare la terra sulla quale camminiamo e costruiamo.
    Vogliamo la verità.
    È
    il nostro tempo e ce lo riprendiamo, gli antenati saranno d’accordo con noi senza bisogno di tanti discorsi.
    Non c’è più tempo per le spiegazioni.
    Torniamo all’origine torniamo al seme.
    Siamo corpi.
    Non ci serve altro.
    Siamo corpi.

    (Michela Lucenti)

    Questa non è una generazione di passaggio, nessuna generazione è di passaggio.

    La sagra è un lavoro di gruppo ma nella grande corsa si è perdutamente soli. Il corpo si sbilancia, cade nel desiderio di abbracciare tutto lo spazio “digeribile”, ci si abbraccia, ci si sposta un po’ violentemente, un po’ violentati come per scuotersi, per rimanere svegli. Ci si incastra per rimanere in piedi, uomini e donne gli uni agli altri aggrappati per attraversare lo spazio come metafora della fatica che ci serve per svoltare, per correre fuori dalle stanze della mente nelle quali ci tengono confinati.
    Azioni precise, forti, furiose, velocissime.
    Ognuno perde forza ma solo per brevi attimi, subito rimesso in piedi dagli altri.
    Inaspettatamente spuntano le teste sotto le gambe dei compagni, ci si aggrappa, aggroviglia, si cammina sugli altri ma non è sopraffazione, è sostegno, urgenza, compassione.

    I corpi scivolano e cercano aria in vestiti troppo grandi, pantaloni e camice di seconda mano, dei fratelli maggiori. Sotto, le nudità esili scoperte che si intravedono appena quando si va a testa in giù.
    E poi l’ossessione delle scarpe, sempre a cercarne una giusta senza trovarla, allora va bene anche il paio troppo stretto o troppo largo, l’importante e restare in pista, non mollare.
    Non è importante che facciano male i piedi non ci si può fermare, non si sente più niente, il corpo si scompone, non si sfoga cerca di dire anche affannosamente ma ha solo questo tempo e i corpi si scuotono sino a  trasformarsi in vettori di energia impazziti.

    La sagra è il tempo interiore che si confonde che si ferma, mescolata al resto dei suoni del mondo.
    Alla grande cacofonia.
    Un dj set per un discorso dissacrante su noi stessi in primo luogo.
    Dissacrare come reinventare un nuovo sacro, per noi il sacro è politica e necessità.

    Il cambiamento comincia da noi dalla ferinità con cui lo vogliamo.

    Balletto Civile partecipa al progetto A/R
    Angelo Mai Altrove Occupato
    ottobre 2012/giugno 2013

  • Servizi disponibili:
  • Prezzo dell'evento: 6 euro