• LONG PLAYING #14 ANIMA LATINA
  • a cura di LATO B con la collaborazione di Med Free Orkestra
    con
    Leo Pari: voce, chitarra acustica
    Gianluca De Rubertis [Il Genio]: tastiere, sintetizzatori, voce
    Dario Ciffo [Lombroso]: chitarre, voce
    Lino Gitto [The Winstons]: batteria
    Gabriele Lazzarotti: basso
    Andrea Pesce [direzione musicale]: piano, sintetizzatori, mellotron
    Emiliano Bonafede: ukulele
    Sara Jane Ceccarelli: voce, percussioni
    Angelo Olivieri: tromba [arrangiamento fiati]
    Francesco Fiore: tromba
    Alessio Guzzon: tromba
    Ihor Svystun: trombone
    Andrea Angeloni: trombone
    Vincenzo Vicaro: sax, flauto traverso
    Ismaila Mbaye: percussioni
    Daniele Di Pentima: percussioni

    “Sarebbe bello riascoltare per intero e dal vivo album che hanno segnato in maniera indelebile le nostre vite” abbiamo sentito dire e ci siamo detti più volte.
    A noi i condizionali però sono sempre andati stretti e l’idea di LONG PLAYING è una sfida dichiarata a questo tempo verbale.
    Decidiamo quindi di usare l’indicativo e di farlo.
    Bluemotion dal 26 gennaio 2013 al 31 febbraio 2846 ripropone all’Angelo Mai quegli LP che ci hanno graffiato l’anima, invitando artisti dalle sensibilità più diverse ad essere complici di quest’avventura.
    LONG PLAYING nasce da un’idea di Andrea Pesce del collettivo Bluemotion.
    LONG PLAYING è curato in ogni suo dettaglio da Bluemotion.

    Uscito alla fine del 1974, “ANIMA LATINA” è stato sicuramente l’album più discusso di Battisti. Registrato dopo un viaggio in Sudamerica con Mogol, è un disco sperimentale e misterioso, vicino al progressive italiano ma anche alla musica d’oltreoceano, pieno di suoni modulati e nuovi. Un concept album sull’esistenza dell’uomo e della donna visti come due mondi lontani ma attratti l’uno dall’altra, con i testi di Mogol talvolta bisbigliati e resi quasi incomprensibili dagli effetti usati da Battisti. E’ l’album con i brani più lunghi e con i testi più corti, quello senza pezzi “famosi”, che ha fatto innamorare generazioni intere di musicisti, quello di cui si è scritto e ancora si scrive tanto. E’ il disco dei sintetizzatori, dei sussurri nascosti che forse sono messaggi, delle trombe e delle pentole, della femmina latina e della donna americana. Per ammissione dello stesso Battisti “Anima Latina” è stato “un’operazione culturale, quasi un esperimento…” dove l’autore si nasconde dietro la sua musica e spesso sfida l’ascoltatore a partecipare attivamente, costringendolo a sforzarsi per cogliere le piccole sfumature che lo compongono.

    Leo Pari, musicista cantautore e voce dei Lato B, ci racconta così la sua passione per Anima Latina:

    “E’ ormai da un anno e mezzo che insieme a Gianluca De Rubertis, Dario Ciffo e Lino Gitto abbiamo dato vita a “LATO B”, un progetto parallelo con il quale ci stiamo divertendo a reinterpretare i grandi classici di Battisti – Mogol. Lucio Battisti nel 1970, all’apice del successo, decise che non avrebbe mai più fatto un concerto, ma i suoi brani sono ancora oggi perfetti per essere eseguiti da una rock band. Riproponiamo un repertorio vastissimo suonando canzoni estratte da “Il mio canto libero”, “Emozioni”, “Una giornata uggiosa”, “Il nostro caro angelo”, “Io, tu, noi tutti”, “Il contrabbasso, la batteria ecc…”, “Umanamente uomo:il sogno” insomma da tutti gli album storici diventati fondamenta della cultura musicale italiana. Riproponiamo brani da tutti gli album eccetto uno: “Anima Latina”. Questo perché le “canzoni” di questo disco sono difficili da riprodurre in quattro elementi, ma soprattutto perché forse avrebbero poco senso estrapolate dal concept album a cui appartengono. Per me “Anima Latina” è una sola lunghissima canzone di 48 minuti che va ascoltata dall’inizio alla fine senza interruzioni, per poter godere appieno della sua complessa grandiosità. Ora mentre scrivo sto ascoltando di nuovo questo disco che mi accompagna fin dall’adolescenza, e come ogni volta noto una sfumatura nuova, un dettaglio che mi era sfuggito durante gli ascolti precedenti; talvolta ho l’impressione che Anima Latina sia un disco “vivo”, che cambi nel tempo, mutevole a seconda dello stato d’animo dell’ascoltatore. Sin dalla prima nota di “Abbracciala abbracciali abbracciati” ho la sensazione di varcare una soglia e di essere proiettato in una realtà parallela; un tappeto di tastiere si stende su un ritmo di batteria dilatato, reso ancora più spazioso da un riverberazione estrema del rullante, qualche nota di una tromba lontanissima, e poi la voce di Lucio che entra in punta di piedi, come se fosse soltanto uno degli strumenti, per parlarci di due amanti che dal loro letto arrivano a congiungersi con il Cosmo, nell’eternità di un istante. 7 minuti e 20 secondi che ricordano vagamente “Gymnopedie 1” di Erik Satie rivisitato dai “Blood, Sweat and Tears”, in cui c’è spazio per un’improvvisazione di flauto, poi di sax, la ritmica cambia più volte, accelerando e rallentando per tornare alla sospensione musicale dell’incipit, quasi fosse la descrizione di un rapporto sensuale in tutte le sue fasi. Si arriva così a “Due mondi” in cui Battisti duetta con la poco nota Mara Cubeddu, interpretando un testo che si snocciola su uno dei tòpos più classici della poetica mogoliana, ovvero il rapporto tra uomo e donna e i retaggi del reciproco senso del possesso. Il ritmo qui è totalmente sudamericano, andino per la precisione, portato da un charango che si poggia su un groove percussivo che anticipa le sonorità disco dance che segneranno gli album successivi di Battisti. E poi “Anonimo”, un titolo che mi ha sempre fatto pensare a come gli autori stessero giocando a nascondino dietro la loro opera, altri 7 minuti di puro progressive per raccontare una storia di adulterio. Curioso come gli ultimi 15 secondi del brano siano una “canzonatura” della melodia del passato successo “I giardini di Marzo”, risuonata qui a mo’ di marcetta da un’improbabile banda di paese, come se Battisti volesse sottolineare di non essere “soltanto” un compositore di motivetti facili (che vendevano milioni di copie), ma un musicista ben più complesso. Il lato A di Anima Latina si chiude con “Gli uomini celesti”, uno dei rari testi di Mogol in cui non si parla di amore, ma di “orizzonti più vasti” da raggiungere attraverso l’emancipazione dai vincoli del gretto pensiero comune, per essere accolti nella cerchia di questi uomini illuminati, appunto “celesti”.

    Il secondo lato del disco si apre con il reprise de “Gli uomini celesti” con un sound decisamente caraibico, seguito dal reprise di “Due mondi” arrangiata per solo piano e cori. E finalmente arriva la title track “Anima Latina”, un altro lungo brano dalla ouverture jazzistica, con un ritmo che ti prende al primo ascolto. Mogol qui sa descrivere maestosamente lo spirito di primitiva libertà che ancora sopravvive in realtà distanti dalla frenesia urbana; è questa forza primordiale che “scende ruzzolando dai tetti di lamiera” che non accetta compromessi e che esita di fronte alla squallida propaganda consumistica di una scritta “bevi Coca- Cola!”. Siamo a Rio de Janeiro, al tramonto, quando le favelas si iniziano ad illuminare fiocamente, sembrando “presepi vivi appena giunge sera”, e le parole sono così forti che quasi riesco a vedere “la vita dentro agli occhi dei bambini” purtroppo “denutriti e allegramente malvestiti” poveri quindi, ma ancora pieni di vitalità, “che nessun detersivo potente può aver veramente sbiaditi”. E Battisti riesce a commentare musicalmente questo testo in maniera superba, ci trasporta completamente in questo mondo, chiudendo il brano con un coro di voci bianche che si rincorre con un’orchestra di trombe e percussioni idealmente suonate con bidoni e coperchi di pentole, un po’ come nella copertina del disco. Segue un brano molto particolare, defaticante a tratti, ma armonicamente molto interessante: “Il salame”. Un testo allegorico in cui due bambini in maniera molto candida e pulita scoprono per la prima volta l’affetto e la sensualità. Gli ultimi tre brani potrebbero essere considerati un’unica grande composizione, un po’ come il finale di “Abbey Road” dei Beatles; “La nuova America”, “Macchina del tempo” e “Separazione naturale” si compenetrano, con lunghe digressioni musicali che citano temi già sentiti durante l’album, e che aumentano ancora quel senso di opera prog (un po’ come andava di moda in quegli anni) che Anima latina rappresenta.

    Insomma, per me questo è il classico “disco della vita” al quale mi sono appassionato anche leggendo alcuni saggi (fra tutti i due di Renzo Stefanel pieni di aneddoti sui musicisti che hanno suonato,la strumentazione utilizzata e le tecniche di registrazione) e che mi ha insegnato quanto siano importanti i dettagli e i piccoli particolari quando si fa musica. Grazie alla collaborazione con Angelo Mai e Med Free Orkestra riproporremo “Anima Latina” in un’inedita veste live. Che Lucio ci protegga.”