• Sgomberi del 23 aprile_report
  • Lotta per la casa!
    L'autocostruzione non è reato
    [25 aprile sempre]

  • Roma, 24 aprile 2014

    Ancora sgomberi ieri a Roma, ancora polizia e magistratura a svolgere il ruolo che propriamente dovrebbe essere della politica: gestire la città, le sue complessità e le sue emergenze.
    Ancora una volta umiliato e stracciato un diritto fondamentale come quello all’abitare e, con esso, la scelta di vivere in una comunità solidale ed etica.
    Sono state sgomberate infatti due occupazioni abitative per un totale di 75 famiglie – e già questo è impensabile considerando la crisi economica che lacera il Paese. Se si pensa poi che si tratta di due ex scuole abbandonate sottratte all’abbandono e al degrado, diventa ancora più inconcepibile.
    Circa un mese fa Digos e polizia, con un’azione sproporzionata, sgomberavano le occupazioni abitative della ex scuola in via delle Acacie 56 e della ex scuola Hertz all’Anagnina e il centro sociale Angelo Mai.  Perquisivano decine di persone nell’ambito di un’indagine per associazione a delinquere a fini estorsivi e violenza privata, 41 persone appartenenti al Comitato Popolare di Lotta per la Casa entrano nella lista degli indagati.
    Sulla loro “pericolosa associazione” grava la colpa di occupare vecchie scuole dismesse per trasformarle – a spese proprie, attraverso un fondo cassa comune – in appartamenti dignitosi.
    La notte stessa del 19 marzo le famiglie rientrano provvisoriamente nelle due occupazioni con l’assunzione pubblica di responsabilità da parte del Comune di tentare di risolvere la questione nella maniera più appropriata.
    Ieri alle ore 9.00 Digos  e polizia si ripresentano in massa in via delle Acacie 56 e nella ex scuola Hertz.

    Il Comitato in quella data aspettava un messo comunale per concordare i primi trasferimenti dei nuclei famigliari. Si era ritenuto opportuno infatti, in accordo col Comune, organizzare uno spostamento graduale di 5/6 nuclei alla volta evitando così un ulteriore sgombero traumatizzante. Non è stato così. Per ore le famiglie sono state lasciate sole con la Digos – senza nessun esponente comunale! – con l’obbligo di raccogliere solo i beni di prima necessità e l’indispensabile per passare la notte. Nessuno sapeva dove sarebbe stato alloggiato, o meglio, deportato. I rappresentanti politici del Comune compaiono irresponsabilmente solo qualche ora dopo e incontrano le famiglie a braccetto con la Digos. In particolare il delegato all’emergenza abitativa Nicola Galloro sostiene di essere lì ad eseguire le disposizioni della Digos e inizia una sorta di censimento, porta a porta, scortato dalla polizia.
    Alla richiesta di tutelare la condizione psicologica delicata di queste persone e di evitare un’invasione casa per casa con le forze dell’ordine la risposta è no. Il censimento si è concluso verso le 17.30 quando a tutti – o quasi! – è stata data una destinazione.

    Dove sono state portate, anzi deportate queste famiglie?
    10 famiglie della Hertz e 6 di Via delle Acacie sono a Terra Santa, in zona Boccea. Hanno avuto dei villini e degli appartamenti molto belli: delle prigioni dorate. Sono state amabilmente accolte dal vicinato, che vedendo il viavai sospetto, ha chiamato la Polizia: “Ci si svalutano le case con questi negri che ci abitano di fronte”.
    Tre persone singole sono andate al campeggio Aurelia e altre famiglie sono state deportate alla Pisana dove Alberta, una donna anziana e invalida, non ha trovato nessuno, neppure la casa.
    Trullo, Portuense, Castel di Guido, Casetta Mattei,Torre Angela, Laurentina sono le zone in cui sono state spostate alcune famiglie di Via delle Acacie. Una comunità faticosamente costruita, che viene così disgregata e spezzata.
    Il Comune aveva promesso delle sistemazioni nelle zone limitrofe alle occupazioni per consentire ai numerosi bambini di concludere“serenamente” l’anno scolastico. Evidentemente così non è stato.
    Queste sistemazioni sono ancora una volta provvisorie e molto costose per il Comune di Roma. Pagare alloggi in affitto a dei privati è esponenzialmente più costoso che pagare le utenze di immobili in disuso.
    Ma soprattutto perché queste famiglie che semplicemente non hanno una casa e non tolgono spazi a nessuno vengono trattate in questa maniera disumana? Perché se nelle occupazioni in cui si erano organizzate esiste davvero un’associazione a delinquere la loro permanenza in quei luoghi e la loro vicinanza umana faciliterebbe la reiterazione del reato.
    Parliamo di centinaia di persone a fronte di 41 indagati.
    Per 14 di loro vengono chieste misure cautelari molto pesanti il 28 aprile in tribunale.
    Ha senso tutto questo accanimento? Ha senso tutta questa fretta?
    E soprattutto il Comune dove sta? Chi governa la città?

    Nelle ultime settimane abbiamo assistito ad un significativo incremento delle inchieste aperte dalla Magistratura nei confronti di esponenti dei movimenti per il diritto all’abitare e di rappresentanti di centri culturali autogestiti. Si tratta di movimenti ed esperienze associative che si muovono sul piano dell’occupazione di immobili abbandonati, spesso di proprietà pubblica, per rispondere al bisogno di un’abitazione per persone e famiglie senza tetto anche attraverso l’autorecupero di spazi altrimenti destinati al degrado e per avviare esperienze artistiche e culturali offerte alla cittadinanza.
    È davvero questa l’emergenza criminale che attraversa Roma?

    È possibile che questa città non sia più amministrata dalla politica o che almeno le istituzioni non entrino in dialogo con le forze dell’ordine?

    Vorremmo far conoscere meglio la comunità del diritto all’abitare che in questi giorni è stata colpita e vi invitiamo domenica 27 al Teatro Valle Occupato alla proiezione del documentario “Casa Nostra” che racconta la storia di un gruppo di persone, famiglie immigrate e italiane, che fanno parte del Comitato Popolare di Lotta per la Casa, giovani e meno giovani che trovandosi senza casa decidono di auto-organizzarsi dando vita al progetto dell’autocostruzione, che si rivelerà tra i più discussi mai realizzati prima.
    La ferocia a cui abbiamo assistito nelle ultime settimane è altrettanto qualcosa di mai visto prima.
    Non cediamo la città nelle mani di una polizia dissennata, di una magistratura confusa, non consegnamola alla mattanza derivante dal vuoto politico o all’esaltazione del prefetto.

    La divisa non ci piace perché il suo significato viene da dividere e noi vogliamo ostinatamente unire.
    Per questo nel giorno della Liberazione ritorniamo nel Parco di San Sebastiano.
    Un concerto, uno spettacolo, l’agorà della cittadinanza attiva che dice NO a questo orrore.
    E se la nostra città è sotto attacco, noi la liberiamo insieme il 25 aprile.