• Il centro Baobab a Roma è un antidoto contro il razzismo
  • , scrittore 

    articolo originariamente pubblicato su Internazionale
    foto di Francesco Pistilli

    A Roma, in via Cupa, tra la stazione Termini e la stazione Tiburtina, c’è Baobab experience. Darne una definizione ufficiale sarebbe fuorviante: non è semplicemente un centro di accoglienza per migranti, non è un centro sociale, non è (perlomeno non ancora) un progetto in cui la cittadinanza attiva incontra le istituzioni per offrire una soluzione anche parziale a un’emergenza drammatica. Il Baobab è piuttosto un corridoio umanitario per migranti in transito, che una rete di privati cittadini ha prima messo a punto e subito dopo si è caricato sulle spalle. Se l’Europa in crisi di identità non riesce a concepire una legislazione che schiodi in via definitiva il regolamento di Dublino dai suoi problemi storici, se la narrazione delle destre xenofobe soffia sulle paure dei più fragili agitando al tempo stesso il piattino per l’incasso elettorale, il mondo fuori dagli schermi dei computer (e dalle pagine dei giornali) si dimostra ancora una volta assai più degno, solidale, consapevole e soprattutto pratico rispetto alla rappresentazione che ne danno certe volte media e politici.

    In certi periodi, facendo un giro in rete, si potrebbe pensare di vivere in un paese razzista. La marina militare italiana recupera i corpi dei migranti annegati nel canale di Sicilia il 18 aprile del 2015, quando in uno dei peggiori disastri verificatisi nel Mediterraneo affondò un peschereccio con a bordo settecento persone? Sui social network c’è chi si indigna perché l’operazione costerebbe troppo. In realtà, costa un decimo di quanto un club di serie A pagherebbe un calciatore dalle buone gambe, o alla televisione pubblica costerebbero i diritti per farcelo vedere in diretta durante una finale di Champions. La cosa più importante è però che il diritto alla sepoltura e la restituzione del corpo dei defunti ai propri cari rappresentano un punto fermo (dai tempi di Ettore e Polinice) di quella stessa civiltà che gli zelanti carnefici del buon senso vorrebbero difendere annegandone i fondamentali.

    A Fermo un ultrà di estrema destra uccide un immigrato nigeriano nel corso di una colluttazione nata a seguito a un insulto razzista (“scimmia africana”)? Ecco che i leoni della tastiera di Forza nuova scrivono su Facebook: “In Nigeria Boko haram riempie di esplosivo i bambini e li manda a fare stragi, ma tu sei un eroe e scappi in Italia. A Fermo uno ti insulta e tu lo aggredisci fisicamente, ma le prendi e muori… la tipica fine di un verme”. Come se non bastasse, alcuni parlamentari della Lega nord reagiscono a uno degli omicidi più infami verificatisi da noi negli ultimi anni da una parte minimizzandone la matrice razzista (“si tratta forse solo di un balordo”), dall’altra cogliendo la palla al balzo (con un salto logico ormai sempre più praticato) per tuonare contro l’orda di immigrati irregolari che starebbero sovvertendo definitivamente i già fragili equilibri su cui si regge il nostro paese e contro gli stranieri che ci rubano il lavoro. Una paradossale posizione antioccidentale di Lega e destra estrema. Basterebbe infatti sentirsi degni di una delle migliori conquiste della nostra civiltà (un certo uso della ragione) per collegare la propria emicrania al fatto di aver appena sbattuto la testa contro la pietra angolare dell’evidenza.

    Un’alternativa al nulla

    Per esempio basterebbe ricordare che Emmanuel Chidi Namdi (il nigeriano ucciso a Fermo) non era affatto un immigrato irregolare ma un richiedente asilo, costretto a fuggire dal suo paese dopo che una delle più sanguinose organizzazioni jihadiste dell’Africa occidentale aveva devastato il suo villaggio uccidendogli i genitori e una figlia, e giunto in Italia insieme alla compagna al termine di un viaggio pieno di violenze e orrori. Oppure basterebbe leggersi l’ultimo rapporto Inps, da cui si evince che il sistema pensionistico italiano ha accumulato un tesoretto di tre miliardi di euro grazie ai contributi versati e mai riscossi dai tantissimi immigrati che nel frattempo si sono trasferiti altrove (“Abbiamo calcolato che sin qui gli immigrati ci abbiano ‘regalato’ circa un punto di pil di contributi sociali a fronte dei quali non sono state loro erogate delle pensioni. E ogni anno questi contributi a fondo perduto degli immigrati valgono circa 300 milioni di euro”, ha dichiarato il presidente dell’Inps Tito Boeri presentando alla camera dei deputati il suo rapporto annuale). Così come, e questa volta la fonte è l’Istat, non è difficile scoprire che il mercato del lavoro in Italia è ancora duale, il che significa che i lavori trovati dagli stranieri non sono quelli che perdono gli italiani, e gli italiani a propria volta cercano lavori da cui gli stranieri sono tagliati fuori.

    I numeri – la cui interpretabilità non può spingersi oltre una certa soglia – disegnano un paese il cui profilo è diverso da quello che ogni giorno non si stancano di ricalcare i seminatori d’odio: a giugno, fonte Unhcr, sono sbarcate sulle coste del Mediterraneo meno della metà delle persone arrivate nel giugno del 2015; in Italia, fonti Unhcr e Open migration, il numero di arrivi nei primi mesi del 2016 è stato lievemente inferiore rispetto all’anno scorso. Ma la più clamorosa smentita di queste posizioni, che se non sono razziste con il razzismo giocano pericolosamente, si trova frequentando quel terreno pieno di asperità e contraddizioni che è da sempre la realtà.

    Per esempio, si può fare un salto al Baobab.

    Quando cercavo di raccontare a molti conoscenti cos’è il Baobab, non riuscivo a rendere l’idea finché non li ho portati in via Cupa. Cedendo alla più che umana tentazione di sottovalutarsi, si è portati a immaginare che un centro di primo soccorso per migranti sia qualcosa di molto complicato. Invece – con un semplicità disarmante che da una parte dimostra di cosa può essere capace una piccola comunità armata di coraggio e buona disposizione d’animo ma dall’altra reclama l’attenzione delle istituzioni – il Baobab è una strada. Proprio così. Una semplice viuzza seminascosta tra il Verano e piazzale delle Province, circondata da autofficine, rivenditori di auto usate, piccole botteghe e qualche abitazione.

    Chi vive a Roma ci sarà passato centinaia di volte senza accorgersi di niente mentre si dirigeva a piazza Bologna o alla stazione Tiburtina. Avendo il Verano alle spalle, sulla parte sinistra di questo che sembra il vicoletto di un paesino dell’Italia centrale o meridionale, sono montate delle tende. Intorno alle tende ci sono i volontari e le minime attrezzature (una cucina di fortuna, contenitori per l’acqua, bagni chimici, un presidio medico, uno sportello per l’assistenza legale, anch’esso mobile) necessarie a trasformare ciò che sarebbe solo un accampamento improvvisato in un piccolo miracolo. Ogni anno, tra queste tende, ci passano infatti oltre trentamila migranti. Non senza difficoltà e disagi, certo, ma l’alternativa sarebbe il nulla.

    La prima cosa che colpisce, sono i poteri della mobilitazione dal basso. I volontari del Baobab sono comuni cittadini (insegnanti, artigiani, avvocati, piccoli commercianti, studenti universitari, infermieri…) per i quali era intollerabile che nel loro quartiere i migranti in transito fossero abbandonati a se stessi. Si organizzano con molta scrupolosità i turni (ogni turno dura dalle quattro alle quattro ore e mezza, la disponibilità va annunciata con ventiquattr’ore di anticipo, i nuovi volontari devono svolgere almeno tre turni in compagnia di quelli con più esperienza prima di muoversi in autonomia).

    Su Facebook viene segnalato a tutti i potenziali donatori ciò di cui c’è bisogno (succhi di frutta, latte uht, tonno e legumi in scatola, zainetti, infradito, confezioni di tachipirina, moduli da campeggio… ). In poche ore un social network che sotto altri polpastrelli sarebbe un amplificatore di sentenziosità si trasforma in uno strumento di solidarietà, che ogni giorno attira dalla Tiburtina, da San Lorenzo, dall’Esquilino, dalla zona di piazza Bologna gente carica di doni. E ciò che nasce nel mondo virtuale con l’ambizione di incidere sulla realtà (“Riceviamo dal centro congressi di via dei Frentani molte porzioni di cibo cotto in eccedenza di ottima qualità e dunque molto nutriente. Ma abbiamo bisogno di una mano per il ritiro quotidiano. Chi di voi può passare e ritirare questo ottimo pranzo?”, si legge a un certo punto sulla pagina Facebook dei volontari) si trasforma poco dopo in piatti di cibo.

    Molti di questi volontari sono donne e uomini delusi dalla politica istituzionale che, nemmeno lentamente, si è ritirata dal territorio arroccandosi in modo sempre meno intelligente tra le stanze del potere, negli studi televisivi, sui palchi delle sale da congressi dove si mette in scena lo spettacolino del consenso. A un certo punto della vita hanno scoperto che una politica più alta poteva nascere direttamente da loro. Altri, semplicemente, trovano nella solidarietà più che un dovere un ottimo investimento del proprio tempo libero (in termini di cultura, socialità, vita interiore).

    Questo me lo racconta Andrea Costa – uno dei coordinatori più attivi di Baobab experience, titolare di una vetreria qui vicino – e mentre risponde alle mie domande tiene d’occhio il telefonino che gli squilla in continuazione perché le cose da fare sono sempre tantissime. Infatti, dopo qualche minuto mi abbandona per andare in questura ad assistere dei migranti che non sanno come destreggiarsi tra documenti da firmare e richieste di identificazione. L’atmosfera tutt’intorno è cordiale (anche se ci vieni la prima volta, per dare una mano o solo per guardarti intorno, la tua presenza non è mai percepita come qualcosa di sgradito) e piena di buona volontà al lavoro, cosa che difficilmente, al netto dei mezzi a disposizione, ho visto in un ufficio pubblico.

    Mentre passeggio per via Cupa mi sale la rabbia perché ripenso ai litigi cui assisto ogni giorno sul tema delle migrazioni. “Basta col buonismo di voi intellettuali!” è l’insulto più frequente contro chi sostiene le ragioni della solidarietà o, alternativamente, contro chi rifiuta di chiudere l’equazione Islam uguale terrorismo. Guardando i volontari del Baobab che non si fermano un attimo, mi chiedo quale significato dia alle parole “buonista” e “intellettuale” (per non parlare dell’ossessione quasi metafisica per i mobilifici che si tramuta nella locuzione “da salotto”) chi passa tante ore della propria giornata a rovesciare compulsivamente, per lo più chiuso in una stanzetta armato di tastiera, il senso di questi attributi. E per quanto mi sforzi di fare l’avvocato del diavolo non riesco a trovare molto più che violenza verbale fine a stessa, autoprocurata ignoranza, sarcasmo da delirio di impotenza, nonché un sottile, costante, mai confessato disprezzo per se stessi.

    Una delle più sterili strategie retoriche di questi anni consiste nel circondare i buoni propositi altrui (e perfino la loro messa in pratica) con la banalità di cui si è convinti sia piena la propria vita, spacciandola subito dopo per la banalità del bersaglio che si desidera colpire. Stai provando a combinare qualcosa di buono? Il tuo è il narcisismo “da salotto” di chi si sente migliore degli altri. È un modo di picchiare infantiloide, ma non di rado crea adepti. Non il singolo a tu per tu con la propria coscienza, ma la micromegalomania di quello stesso individuo davanti a una platea preferisce spesso travestirsi da cattivo di genio anziché provare a essere la brava persona che magari in fondo è; come se insomma costruirsi una reputazione – e magari l’illusione di una carriera – spacciandosi per una sorta di Marchese De Sade con il talento per gli aforismi di Karl Kraus fosse meno ridicolo che credersi la reincarnazione del Mahatma Gandhi.

    Ancora una volta: se non si riesce a disinnescarsi da soli, basta scendere in strada per liberarsi da certe allucinazioni.

    Chi protesta è in minoranza

    Un’altra cosa che allora colpisce, frequentando il Baobab, è il modo in cui l’universo dell’associazionismo e delle organizzazioni umanitarie si è subito stretto intorno a quest’esperienza. Da qui passano costantemente i rappresentanti delMedu (Medici per i diritti umani), di Save the children, di Amnesty international, gli esperti di A buon diritto, i membri del Consiglio italiano per i rifugiati, diIntersos, di Medici senza frontiere, insieme a tanti altri gruppi piccoli e meno piccoli che mettono a disposizione le proprie competenze.

    Qualche tempo fa qui ci è passato anche uno chef stellato (non vuole farsi pubblicità, non ne diciamo il nome) per dimostrare che a parità di spesa si può cucinare dell’ottimo cibo. In soccorso dei migranti arrivano anche gli addetti di certe Asl. Ci sono l’Arci, i centri diurni psichiatrici. Ci sono gli psicologi pronti a prestare assistenza gratuita. Poiché si tratta di migranti in transito (molti di loro a Roma non torneranno più) alcuni volontari e mediatori accompagnano periodicamente bambini e adulti per un piccolo giro turistico, in modo che vedano almeno il Colosseo, il Palatino, via dei Fori Imperiali. I gruppi di acquisto solidalehanno donato i bagni chimici. È molto attivo anche il mondo cattolico: più di una volta Konrad Krajewski, l’elemosiniere di papa Francesco, si è dato personalmente da fare quando c’era da risolvere un problema.

    E il resto del quartiere? Qualcuno che protesta ovviamente c’è, ma è in minoranza. In certi casi la simpatia per il Baobab è interessata: la presenza costante di tanti volontari ha generato un indotto per diversi bar, ristoranti, negozietti di zona, il che non impedisce che ogni tanto il titolare di una pizzeria, spinto solo dalla generosità, decida di praticare prezzi stracciati per migranti e volontari. Ma il più delle volte semplicemente, di fronte a un’emergenza che ovviamente sarebbe meglio non ci fosse, la piccola comunità di un paese con una cultura a volte più avanzata di ciò che si può credere capisce subito da che parte stare.

     Il cuore della questione sono comunque loro, i migranti. Cosa significa innanzitutto che sono “in transito”? Vuol dire che la loro vera destinazione non è l’Italia, ma i paesi del Nordeuropa. Germania e Svezia soprattutto. Lì gli hanno detto che si trova più facilmente lavoro e che c’è una legislazione più favorevole a chi si trasferisce. Poiché il trattato di Dublino prevede che si debba fare la richiesta di asilo nel primo paese in cui si arriva, dove verrà valutata, loro cercano di non farsi identificare in Italia.

    Di qua un primo paradossale fraintendimento con i leghisti con cui in queste settimane mi sono trovato a litigare: da una parte, molti parlamentari della Lega definiscono furiosamente “clandestino” chi di fatto non lo è, perché la domanda di asilo non l’ha ancora presentata; dall’altra, biasimano i transitanti in quanto presenti sul territorio italiano – fingono cioè di dimenticare che se avessero fatto domanda di asilo sul territorio italiano ci starebbero lo stesso, sarebbero anzi in attesa dei tempi lunghissimi necessari a una risposta – e in più trascurano ad arte che gli argomenti con cui cercano di aizzare i propri elettori confliggono, proprio a rigor di logica, con la circostanza che i transitanti sono i primi a voler andare via dal nostro paese il più presto possibile.

    I “transitanti” sarebbero dunque una sorta di fantasma giuridico? In realtà non è sempre vero neanche questo. Ultimamente i controlli per chi sbarca in Sicilia si sono fatti più severi. Un tempo, pur di sbarazzarsi dei transitanti, le autorità italiane ogni tanto chiudevano un occhio favorendone l’allontanamento verso altri paesi europei. Di conseguenza, la maggior parte di chi sbarca viene identificato prima di arrivare a Roma. Questa determinante circostanza non impedisce però a molti migranti – tanto è forte il desiderio di raggiungere il Nordeuropa – di sentirsi “in transito”, senza che la propria convinzione abbia alcuna ricaduta giuridica reale. Molti di loro provano a superare lo stesso il Brennero, e nella maggior parte dei casi vengono rispediti indietro.

    Tutti questi ragazzi e ragazze, uomini e donne arrivano quasi sempre in Europa in condizioni pietose, dopo un viaggio terribile, e sono stanchi, confusi, sospettosi (subire violenze e prevaricazioni è per loro un’abitudine), poco informati non solo sul ginepraio legislativo che li attende ma perfino su com’è fatto il continente dove hanno appena messo piede.

    “Noi cerchiamo di dargli la maggior parte delle informazioni perché leggano la loro presenza in Europa in modo più lucido e sensato possibile”, mi dice Valentina Brinis di A buon diritto. “Quasi tutti per esempio vogliono andare in Svezia, ma solo in certi casi si tratta di un desiderio razionale, ancorato magari al fatto di avere già lì dei parenti. Molti la Svezia neanche sanno cos’è o dov’è. Allora io gli chiedo: siete sicuri che in Svezia vi trovereste bene? Vi hanno mai raccontato com’è il clima lassù? Lo sapete che ci sono mesi in cui è buio quasi tutto il giorno?”.

    Ovviamente il compito del Baobab non è risolvere il complicatissimo rebus delle leggi che, in tema di migrazione, rende anno dopo anno più palese lo stallo innanzitutto culturale dell’Unione europea (per trovare una vera soluzione continentale a questo tipo di problemi devi prima sapere chi sei), ma arginare l’emergenza umanitaria rappresentata da questa marea umana.

    Molti degli ospiti del Baobab vengono dall’Eritrea, dove è al potere una dittatura feroce. Altri fuggono dal Sudan, dalla Somalia, dall’Egitto, dall’Etiopia. La maggior parte sono giovani e giovanissimi. Ci sono molti bambini. Alcuni fanno la fila per mangiare i piatti portati dai donatori. Verso la Tiburtina giocano a pallone. Qualcuno chiede una sigaretta. Dietro i loro volti in apparenza calmi ci sono storie terribili. Molte ragazze e ragazzi sono stati violentati durante l’attraversamento della Libia. C’è chi è stato tenuto per molto tempo in schiavitù dai trafficanti di uomini.

    Non si contano quelli che hanno perso in mare un fratello, una sorella, un figlio, un genitore. Per non parlare di ciò che hanno vissuto in patria. È tale l’abitudine a subire violenze, che alcuni di loro si spaventano al primo movimento brusco. Tanti la notte hanno problemi a prendere sonno. Il che non toglie che questi sopravvissuti all’inferno imparino a sapere molto presto chi, qui in Europa, gli è ostile per il semplice fatto di essere loro dei migranti. Qualche settimana fa al Baobab ha fatto un sopralluogo la deputata della Lega Barbara Saltamartini insieme a Simone Di Stefano di Casa Pound. Al loro passaggio, ironicamente, i migranti hanno mimato i versi e i movimenti delle scimmie. Qualcuno ha offerto banane ai due visitatori.

     Dall’estrema destra si rimprovera al Baobab di non chiedere ai propri ospiti le generalità. Ma da che mondo è mondo (e da che civiltà è civiltà) nessuna organizzazione umanitaria offre o meno il suo aiuto a seconda di chi ne ha bisogno. Sarebbe troppo facile dire che se non ci fosse il Baobab questi migranti a Roma ci sarebbero lo stesso (privi di assistenza medica, alimentare, legale, psicologica), così come, se non fossero qui, dormirebbero per strada o forse sarebbero più facilmente reclutabili da piccole organizzazioni criminali pronte a trasformarli in spacciatori qualche strada più in là.

    Il punto non è questo. Il punto è che una comunità che voglia dirsi civile viene in aiuto degli esseri umani la cui esistenza si inabisserebbe altrimenti sotto le soglie della dignità e della decenza in modo intollerabile. Non è importante se viene dal Sudan o dalla Nigeria o dall’Eritrea, se ha fatto o meno già richiesta di asilo, se è simpatico o antipatico, se ci sarà riconoscente o ci detesterà per la nostra generosità, se è cristiano o musulmano o ateo, se domani diventerà un lavoratore onesto o un assassino: quel bambino (o quell’adulto) è lì davanti ai nostri occhi proprio adesso, rischia di andare a fondo, e decidere se tendergli o meno la mano segnerà la sua vita non più di quanto inciderà sulla nostra identità. La tutela dei diritti umani non può venire sottoposta a condizioni. È questo un principio della nostra cultura talmente imprescindibile che non dovrebbe neanche essere ricordato. Ma forse bisogna farlo, nel clima avvelenato degli ultimi tempi.

    Per ragionare di tutto questo con la dovuta profondità, sarebbe necessario frequentarli almeno una volta nella vita, i migranti in transito. I luoghi come il Baobab sono interessanti da questo punto di vista. A differenza di ciò che accade in molti centri d’accoglienza, ridotti a ghetti chiusi all’esterno, al Baobab ci può venire chiunque. Non è un caso se la cittadinanza – pur nella precarietà di un’esperienza affidata al volontariato – ha empatizzato con questi migranti in modo immediato e piuttosto naturale. Basta insomma andare in via Cupa (non c’è bisogno di permessi, autorizzazioni, documenti, chiunque è benvenuto purché armato di buona volontà e un minimo spirito di fratellanza) per incontrare gli ospiti del Baobab, e per vederli, scambiarsi sguardi, parlarci.

    Toccare con mano la realtà

    A volte ho l’impressione che non di rado chi si scalda tanto in tema di migrazioni – sui giornali, on line, in tv, per radio – sia convinto che la sua opinione faccia parte di un argomento mediatico, politico o di semplice costume o schieramento culturale prima ancora di essere ancorata a un dato di realtà. Invece è la realtà che nasce sempre per prima. Frequentarla, porta inevitabilmente a cambiare il proprio punto di vista. Chi si credeva tollerante può per esempio scoprirsi un po’ razzista. O magari succede il contrario. Ma se non si prova a toccare almeno un po’ con mano la realtà di cui si parla, è difficile poi sottrarsi poi al sospetto di cavalcare i massimi sistemi al solo scopo di avere un pretesto che giustifichi il proprio semplice bisogno di esprimersi.

    Ovviamente una tendopoli come quella di via Cupa non può essere una soluzione definitiva. È il motivo per il quale i volontari del Baobab stanno chiedendo in queste settimane un confronto con le istituzioni cittadine. L’obiettivo è quello di un“centro a bassa soglia” che si giovi del grande patrimonio di esperienza e competenze maturato intorno al Baobab, e trovi una sede adeguata tra i tanti spazi pubblici inutilizzati della capitale. I volontari hanno proposto come sede l’ex centro ittiogenico di via Tiburtina, ma l’importante è che uno spazio decente e funzionale si trovi. E che una cornice istituzionale regoli in modo sensato ciò che fino a ora si è mosso in modo totalmente spontaneo.

    Esempi del genere esistono in tutte le città europee, in Italia per esempio a Milano. Il tavolo delle trattative è stato aperto. Per la neonata giunta Raggi si tratta quasi di un gol a porta vuota, e, più in generale, di un’occasione per iniziare a capire, proprio scendendo sul terreno pratico, che tipo di rapporto instaurare con chi in città fa politica attiva. Il Movimento 5 stelle ha dichiarato che per salvare la capitale si aspetta l’aiuto dei romani. Bene, Roma è piena di associazioni, comitati, gruppi di cittadini competenti e molto ben intenzionati, che negli ultimi anni hanno chiesto di poter partecipare alla vita pubblica della città nel silenzio mortificante delle sue istituzioni. Vedremo anche da come si risolverà la questione del Baobab se il nuovo sindaco di Roma e il suo staff colmeranno il crepaccio che in questi anni si è allargato a dismisura tra apparato politico e cittadinanza attiva.